Una città dei balocchi pensata per renderci degli allocchi

«Conviene diffidare di tutto ciò che è leggero e spensierato, di tutto ciò che si lascia andare e implica indulgenza verso la strapotenza dell’esistente». Quando Theodor W. Adorno scriveva queste parole correva l’anno 1944 e dal suo esilio negli Usa – dovuto alle persecuzioni degli amici degli skinhead – osservava sgomento le dinamiche sottilmente totalitarie che si andavano impadronendo delle coscienze dei suoi nuovi connazionali. Da noi, nella vecchia Europa, la liquidazione dei formalismi e delle convenzioni, da lui difesi come uno dei baluardi della dignità degli individui, non era ancora all’ordine del giorno. Nelle foto d’epoca di uomini politici e capitani d’industria, di giornalisti e dirigenti sindacali, tutti sono rigorosamente in giacca e cravatta. Nelle registrazioni dei loro discorsi, talvolta ricorrono circonlocuzioni faticose ma mai banali, la prossemica è contenuta, la battuta è un’eccezione, lo slogan è sempre denso di significato.

Tutto ciò avveniva prima, molto prima che il discorso pubblico fosse colonizzato dalle categorie, dal lessico e dalla sintassi della “cultura pop”. Ovvero dal travestimento della realtà spacciato per semplificazione, dall’involgarimento dei linguaggi esibito come l’unica cifra possibile per stabilire un contatto con “la gente”. Abbassare la soglia: questa la parola d’ordine di un establishment che, in Italia più che altrove, è abituato al trasformismo e che da tempo sembra avere scelto di giocare la carta del populismo come l’unica risorsa rimastagli dopo avere mancato le promesse, dopo avere mostrato i suoi limiti nella capacità di rappresentare per il Paese una guida morale e un vettore di crescita, come pure era stato, con le differenze e le diverse identità, nel dopoguerra del welfare e del sogno italiano. Ciascuno può scegliere a suo piacimento le figure politiche e i momenti topici che ne hanno interpretato in modo più coerente lo spirito. Noi qualche idea ce l’abbiamo.

Tra i linguaggi esposti alla deformazione ce ne sono anche alcuni che prescindono dalla comunicazione verbale e che investono dimensioni dell’esistenza collettiva e dell’habitat in cui si plasmano i rapporti tra le persone. Punti di tenuta, di resistenza si potrebbe dire, della “cultura” che si è fatta nel corso del tempo e che continua a trasmettere valori simbolici forti. La festa, il dono, la città. Tutti citati non a caso, di fronte alla violenza con cui la furia iconoclasta si abbatte su una società poco o nulla consapevole del sopruso che si sta perpetrando ai suoi danni. Il Natale ridotto a epifania della distrazione. Non da oggi; mai con una tale violenza però, oggi che l’arretramento del sacro sembra lasciare campo libero ai trafficanti di schiavi (parola di “Avvenire”) capaci di realizzare con successo ciò che non era riuscito ai giacobini. Il regalo scambiato con una cornucopia di gift card con il prezzo stampigliato sopra e l’obbligo per il destinatario di servirsi proprio lì e per la cifra scritta sul retro. Come se il piacere di scegliere il dono si fosse squagliato e l’unica gratificazione rimasta sia quella dell’acquisto. Per la festa di san Consumatore.

La città, pazientemente costruita nei secoli, al calare delle tenebre, è spenta, per essere riconsegnata ai suoi visitors nella veste di un villaggio tirolese di fantasia. Come se l’intelligenza architettonica, la sensibilità estetica, i principi funzionali, le tracce lasciate sull’ambiente naturale dalle generazioni che l’ hanno vissuta e interpretata, la progettualità della piazza come luogo di incontro tra uomini capaci di parlarsi, siano da cancellare – perché imbarazzanti, non adatti alla festa di cartapesta messa in scena – e i valori materiali e culturali della città debbano essere nascosti per fare spazio a una suggestione natalizia di colori inesistenti, di stelle cadenti e di neve immaginaria che copre monumenti e palazzi. Come una sorta di allucinogeno collettivo. Un territorio artificiale popolato di monadi felici di essere diluite in una folla in cui nessuno comunica con nessuno. Una città dei balocchi pensata per renderci degli allocchi che si compiace del fatto che ci dimostriamo tali. Una città dei balocchi dove, come in quella di Collodi, la cultura è rigorosamente bandita: dove “non vi sono scuole, non vi sono maestri, non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola, e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica”. E dove, come accadde a Pinocchio, si rischia di svegliarsi trasformati in altrettanti asini. Ma forse è già accaduto. Qui vicino. [Emilio Russo] [Foto Alida Franchi, ecoinformazioni]

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