Lettera aperta a Severino Proserpio

Caro Severino, qualche giorno fa ho letto un tuo post che mi ha fatto riflettere: vi affermavi che saresti ritornato in Italia per votare le liste di Liberi e Uguali alle elezioni politiche ma che avresti espresso invece la tua preferenza per Gori nel voto per il Consiglio regionale.

Apprezzo, naturalmente, la tua opzione politica e ti ringrazio per il tuo autorevole (dico davvero) sostegno alla nostra difficile battaglia. Vorrei invece discutere con te della scelta di LeU di presentare autonomamente un proprio candidato per le elezioni, regionali con alcuni argomenti che sottopongo alla tua attenzione e alla pazienza di chi legge. Se troverai che siano, almeno in parte, condivisibili, ne sarò felice. In caso contrario, resteranno “a futura memoria”, a testimoniare l’attenzione verso chi, come te, ha avanzato riserve sulla nostra decisione pur condividendo il senso dell’impresa politica che abbiamo avviato.

Per onestà intellettuale, devo premettere che, insieme con molti altri sostenitori di Articolo1-Mdp (e come tutto il Coordinamento di Como del Movimento), ho sempre ritenuto fino dall’inizio della discussione che l’approdo auspicabile del nostro percorso potesse essere la presentazione di una proposta unitaria. E neppure voglio nascondere che nello schieramento che compone LeU si sono agitate anche pulsioni di tipo identitario e un certo velleitarismo. Ma le ragioni della mancata intesa sono altre. Costruire una vera coalizione avrebbe richiesto una effettiva disponibilità di tutti – ma in particolare da parte di chi aveva le maggiori responsabilità e il maggior interesse a promuoverla, cioè il Pd – a ricercare le ragioni di un’intesa. Che significa, tra l’altro, la richiesta esplicita ad altre forze di costruire un’alleanza politica tra il centro e la sinistra, la ricerca comune di punti programmatici innovativi, la condivisione del candidato alla presidenza. Non è stato così: il Pd ha puntato sin dall’inizio a considerare i possibili alleati alla stregua delle “liste civetta” che si accingono a fiancheggiarlo nelle prossime elezioni, negando quello che ormai è un dato di fatto: il centrosinistra non esiste più e la rottura del campo – decisa dagli iscritti e dagli elettori, non da qualche “scissionista” – ha prodotto la nascita di due forze distinte tra cui tentare la ricerca di un accordo. L’apporto di LeU invece è stato richiesto esplicitamente e perfino drammatizzato solo negli ultimi giorni, dopo il ritiro di Maroni, con modalità e accenti che abbiamo considerato strumentali e destinati più a tentare di screditare – con il supporto di gran parte degli organi di informazione – la sinistra che con l’obiettivo reale di riaprire una competizione che vedrebbe comunque un’ipotetica area di centrosinistra soccombere, nei sondaggi, rispetto al blocco di centrodestra.

Non solo non sono venute dal Pd indicazioni valide per costruire una base programmatica in grado di rompere con i contenuti del lunghissimo governo di centrodestra della Regione ma il suo candidato ha avviato da tempo una discussa campagna di affissioni contenenti uno slogan che ne sintetizza le intenzioni: “Fare, meglio”, come se il suo proposito fosse quello di realizzare politiche in continuità con quelle del centrodestra perfezionandone l’efficacia e non di avviare, come sarebbe necessario, un corso diverso della Regione.

E, infine, tra le tante personalità che avrebbero potuto essere proposte alla coalizione, il Pd ha individuato in modo unilaterale quella di Giorgio Gori: persona rispettabile, s’intende, ma il cui profilo politico si presta a sollevare qualche riserva. Non tutte hanno lo stesso peso, ma vale la pena di metterne in fila alcune. Qualcuno ha avanzato il rilievo che Gori sia stato a lungo “un uomo Mediaset” e successivamente, il primo “spin doctor” di Matteo Renzi all’epoca della rottamazione, che si sia distinto per l’ impegno in prima linea a favore del “sì” al referendum costituzionale, che abbia ceduto al costume censurabile per cui il sindaco di un’importante città interrompe l’impegno preso con i concittadini di guidare per un quinquennio l’Amministrazione, che abbia manifestato una pubblica adesione al “referendum sull’autonomia” promosso da Maroni – e contrastato ufficialmente dallo stesso Pd – e che la sua figura esprima una incapacità – strutturale, organica – di rappresentare, con la sua biografia e i suoi atteggiamenti, il blocco sociale di riferimento del centrosinistra e le aspirazioni di quella parte dei cittadini lombardi – specialmente dei giovani – che si sentono colpiti dalla drammatica caduta della dignità e della qualità del lavoro anche nella nostra Regione. Forse nessuno di questi addebiti è di per sé dirimente, ma la loro somma avrebbe dovuto sconsigliare la forzatura che il Pd lombardo ha compiuto, finendo per apparire esso stesso come cascame tardivo del “partito della nazione”, del giocattolo messo a disposizione dei “Pochi e non dei molti” – per parafrasare Jeremy Corbin alla rovescia – all’interno di quel paradigma politico che ha portato il Pd “a sbattere” nei mesi scorsi e che è costato gravissime sconfitte, oltre che nel referendum, in tutti i turni di elezioni amministrative successivi.

È bene essere chiari. Una coalizione si forma se esiste un progetto politico comune, se vi è condivisione delle scelte e delle persone e se vi è un orizzonte plausibile di governo. Condizioni che, in Lombardia, non si sono create e che nemmeno l’uscita di scena di Maroni ha determinato. In alternativa, un’alleanza si costituisce di fronte a “un pericolo” incombente. E i pericoli non mancano, dalle insorgenze neo-fasciste e cripto-fasciste che si aggregano in particolare sul tema dell’immigrazione, al possibile ritorno al governo nazionale di un centrodestra – guidato da un ottantenne pregiudicato – che ha già dimostrato in passato quali danni, materiali e morali, può produrre per l’Italia. Ma ieri abbiamo tutti sentito le parole pronunciate a Torino dal segretario del Pd: il nemico sono i grillini, non il centrodestra (Salvini compreso, evidentemente: non gli ho sentito fare delle distinzioni). Renzi ha pronunciato parole chiare, inequivocabili. E allora, se il suo Pd si sta predisponendo a costruire un’alleanza di governo a livello nazionale, non suona come strumentale l’appello a non far vincere il centrodestra in Lombardia attribuendo a noi una responsabilità che non esiste? Con accenti francamente offensivi e con atti inquietanti come la circolare che proibisce agli iscritti di firmare per la presentazione delle liste di Liberi e Uguali per la Regione pena il deferimento ai probi viri. Toni e iniziative che non sembrano proprio adeguati nei confronti di una forza con cui si dice che ci si sarebbe voluti alleare.

Sento dire da alcuni che esiste pur sempre, per la Regione, la possibilità del “voto disgiunto”: scegliere la lista di LeU (che, per inciso, esprime gli unici potenziali eletti della sinistra nel prossimo Consiglio regionale) e Gori come presidente. Non mi convince. In ultima analisi, tra un uomo che ha una qualche responsabilità nella regressione culturale della nostra società a cui la televisione berlusconiana ha contribuito non poco, e l’ex segretario della Camera del Lavoro più importante d’Italia, personalmente non ho alcun dubbio su quale sia la scelta migliore. Immagino – spero di non sbagliare – che sia così anche per te.

Ti ringrazio per il tuo prezioso lavoro. Un abbraccio affettuoso.

Emilio

 

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