Le mani sui diritti

Ti aggiri per il centro di Como ma potresti essere ovunque. Non fosse che per le architetture delle piazze e delle chiese, per qualche palazzo affacciato lungo il cardo e il decumano della antica città romana, per le mura e per i cortili di via Volta e di via Vittorio Emanuele, faticheresti a trovare i segni delle generazioni passate.

Le insegne dei vecchi negozi sono sparite da tempo. Quello in cui hai acquistato la tua prima chitarra, quello in cui entravi anche solo per assaporare il profumo dei vecchi mobili di legno e dei confetti tenuti dentro i grandi vasi di vetro, la libreria in cui trovavi un commesso competente capace di indicarti l’ultimo saggio di Habermas, la bottega del ciclista dove tuo padre ti aveva comprato la bicicletta ancora con le rotelle attaccate, la vecchia passamaneria all’angolo di via Cesare Cantù. Ti fermi a guardare per l’ennesima volta la coltelleria di via Diaz, il negozio di chincaglierie di via Indipendenza e il laboratorio di oggetti in ceramica. E ti domandi fino a quando li potrai ancora trovare. Prima o poi, al loro posto ci sarà l’insegna di uno di quei brand che hanno invaso la nostra come le altre città, trasformando la città murata in una sorta di grande Fox Town. Se eviti di camminare per un po’ di tempo lungo le stesse vie, ti capita persino di domandarti cosa c’era prima, perché il ritmo degli avvicendamenti è fatto sempre più rapido.

Altre città hanno retto meglio l’urto delle multinazionali dei marchi. Conservano portici e luoghi in cui si trasmettono una consuetudine di relazioni e una cultura materiale che qui, invece, si vanno rarefacendo, insieme con l’identità. Le logiche del cambiamento (non scomodiamo la parola progresso) forse sono davvero ineluttabili, come sostengono in molti. Prendiamone atto. E tuttavia evitiamo almeno di far apparire come un segno della “modernità” la colonizzazione degli spazi urbani da parte delle multinazionali dell’abbigliamento, della ristorazione, dell’oggettistica, del low cost. Evitiamo anche di nasconderci che la globalizzazione del commercio stia producendo non solo la colonizzazione del gusto ma anche il declassamento della città a emporio dell’omologazione. Grazie ai processi di concentrazione che li sottendono e alla strutturale indifferenza a costruire presenze in grado di radicarsi nel tempo.

Poi soffermiamoci a vedere chi fa vivere quegli spazi, le condizioni a cui sono sottoposte ragazze e ragazzi che ci lavorano. Non c’è solo il Mc Donald. La ragazza lavora in uno dei negozi del centro di Como e non abita neppure in città. L’orario di lavoro le viene comunicato giorno per giorno. Recentemente ha subito una decurtazione dell’orario mensile, senza che abbia avuto la possibilità di contestarlo, o qualcuno che prendesse le sue parti. Nemmeno un sindacato distratto e burocratizzato. All’ingresso del negozio c’è un conta-persone. Quando la percentuale di clienti entrati e usciti senza fare acquisti diventa troppo alta, il responsabile del negozio convoca le commesse e somministra alle ragazze un solenne richiamo a essere più produttive. Perché l’altra faccia della regressione urbana è lo sfruttamento. Almeno, sappiamolo. [Emilio Russo]

One thought on “Le mani sui diritti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...