Razzismo liceale

Che cosa è successo alla scuola italiana se – come documenta Repubblica – può accadere che importanti Licei di città importanti cerchino di attrarre studenti con espressioni del tipo: «Tranne un paio, gli studenti sono italiani, e nessuno diversamente abile. Tutto ciò favorisce l’apprendimento» (Classico Visconti, Roma), oppure: «Gli studenti del classico hanno provenienza sociale più elevata. Ciò nella nostra scuola è molto sentito», o ancora: «L’assenza di gruppi particolari (nomadi o provenienti da zone svantaggiate) dà un background favorevole» (Classico D’Oria, Genova)? Non sono solo i contenuti di qualche brochure scritta di fretta in vista degli open day (formula di uso comune ma, si consenta, inutilmente esterofila e stupidamente inespressiva) ma testi ricavati da documenti i cui acronimi sono degni di una sciarada della Settimana Enigmistica.

Atti, si suppone, che hanno avuto il vaglio di commissioni di insegnanti e dirigenti scolastici e l’approvazione di collegi dei docenti e di consigli di istituto evidentemente distratti o colpevolmente complici.

Cosa ancora più grave, tutti pubblicati sul sito del Miur  «Scuola in chiaro». Senza che nessuno abbia obbiettato qualcosa. E di obbiezioni ce ne sarebbero davvero tante da fare. Per esempio che, dal punto di vista pedagogico, l’omogeneità rivendicata è esattamente il contrario di un valore positivo. Ma, soprattutto, che una scuola come quella pensata e propagandata nientemeno che su un sito ufficiale è palesemente, scandalosamente, fuori dalla Costituzione. Al punto che perfino la legge sulle scuole paritarie prevede, per discriminazioni come quelle adombrate nei testi di quei licei, l’esclusione dall’albo. Perché la scuola, in una democrazia, e, in fondo, nella realtà dell’Italia del dopoguerra, è stata insieme un luogo di apprendimento e di socializzazione, di incontro tra diversità che arricchiscono, e un luogo in cui è possibile, ai “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi”, con il sostegno dello Stato (pensate!) colmare il divario sociale che li penalizza, nella formazione e nelle prospettive professionali. A vantaggio loro e della collettività, che può così giovarsi di talenti che una scuola classista condannerebbe alla dispersione. No, la scuola dell’esclusione proprio non si può sopportare e, francamente, di fronte al silenzio della ministra Fedeli, ci sarebbero davvero gli estremi che se ne vada prima ancora del quattro di marzo e, con lei, i dirigenti scolatici responsabili di questo sfregio ai principi costituzionali.

Ma rimane la domanda iniziale, come è potuto accadere. Probabilmente perché in questi anni nessuno ha avvertito lo sbandamento successivo all’Autonomia scolastica, che di per sé doveva rappresentare un momento di apertura alla società ma che è stata declinata come un’occasione  per rendere la scuola ancora di più autoreferenziale, burocratizzata, affidando peraltro la direzione degli istituti a “capi” selezionati con criteri discutibili e caricati di responsabilità improprie. Nessuno ha capito il disagio, anche economico, degli insegnanti, che hanno avuto il contratto bloccato per anni, e i limiti stessi (bisogna dirlo) di una formazione tutta concentrata sulla didattica, anzi, sull’alternarsi delle mode didattiche, e priva di un fondamento pedagogico, di una riflessione sulle finalità dell’educazione. La legge e i decreti della “buona scuola” e la retorica sparsa sulle novità che avrebbe dovuto introdurre /a partire dalla sciagurata alternanza scuola-lavoro) hanno fatto il resto, incoraggiando le tendenze negative in atto

Così la scuola – popolata ormai di una generazione di insegnanti che raramente hanno vissuto esperienze di riflessione e di pratiche “politiche”, che cioè quasi mai hanno avuto l’occasione di  misurarsi con la questione del rapporto tra la scuola e la società -, ha assorbito le tossine della cultura dell’individualismo, della competizione, e della rinuncia a fare della scuola e del loro lavoro un presidio del pensiero critico, della libertà della cultura rispetto agli imperativi economici, della subalternità alle burocrazie ministeriali e alle esigenze propagandistiche di ministri incompetenti. Al punto che sospetto che chi ha scritto quelle cose non sia nemmeno consapevole della loro gravità. E questo, davvero, rende ancora più pessimisti sul futuro del Paese ma anche più determinati nel sostenere che oggi, in Italia, è aperta una grande questione che riguarda i fondamenti etici, culturali, civili del nostro stare insieme. [Emilio Russo]

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