L’unità antifascista è un valore/ No all’estremismo di destra della Lega al governo

Sono giornate in cui la possibilità di esprimersi con lucidità è fortemente ridotta dalla casualità che sembra incombere sul corso degli eventi. È anche per questo che l’epochè degli scettici torna a essere una strategia apprezzabile, piuttosto che una via di fuga.

Non sappiamo ancora se e come l’Italia avrà un governo e siamo pure piuttosto sconcertati dal modo in cui i gruppi parlamentari, pochi leader nazionali e la sostituzione della politica con l’aritmetica abbiano sequestrato il protagonismo di quella che un tempo si chiamava “la base”. Condannata a una stucchevole conta nei sondaggi più o meno farlocchi e in quelle virtuali (e per niente virtuose) con cui sui social i piccoli fans di questo o di quello si affrettano a rilanciare hastag irresponsabili e a riversare umori acri e privi di qualsiasi argomentazione logicamente costruita.

Navighiamo a vista anche quando tentiamo di prevedere quale sarà l’assetto del sistema politico post-4 marzo e a valle della conclusione della crisi. E questo ci riguarda da vicino. De te fabula narratur, sinistra. Il silenzio di Liberi e Uguali, ad esempio, e la confusione che caratterizza le organizzazioni che hanno promosso l’alleanza sono davvero brutti segnali.

Proviamo però a sospendere la sospensione del giudizio. L’unico elemento di certezza, almeno qui da noi, forse, sono state le celebrazioni del 25 aprile e dintorni, dalle manifestazioni di Como e delle tante altre località agli incontri di Dongo, al ricordo di Giusto Perretta che si è svolto nella Biblioteca comunale. Certo, si può sempre trovare anche qui qualche motivo per storcere il naso: l’oratore tal dei tali avrebbe potuto essere più esplicito nel condannare i rigurgiti del neo-fascismo, la gente che si vede alle manifestazioni è sempre più o meno la stessa, i giovani sono poco coinvolti, salvo che vengano precettati dai professori, la banda ha stonato nel suonare Bella ciao ecc. Però l’immagine che se ne ricava è complessivamente quella di un Paese, e di una città, di una provincia, che non ha per nulla rimosso le radici antifasciste della nostra democrazia. Le istituzioni hanno battuto un colpo – anche quelle a guida FI, va detto – e “il popolo”, sia pure a ranghi piuttosto ridotti, ha risposto. Lo tsunami che ha sconvolto il panorama politico e che ha ridotto la sinistra (tutta, anche quella che la sinistra ce l’avrebbe nel dna ma che ha fatto altro) ai minimi termini non sembra avere scosso le basi democratiche dell’Italia del 25 aprile.

Anche per questo, gli appuntamenti dei giorni scorsi, anziché suggerire di chiuderci nel fortino della “nuova Resistenza”, dovrebbe spingerci a misurare meglio i nostri comportamenti. Intanto a ritrovare la consapevolezza che l’unità antifascista è un valore che va tutelato e rilanciato, contro la tentazione sempre presente del settarismo. A me, per esempio, pare che sarebbe colpevole rimuovere dalla memoria le immagini delle bandiere del Pd, la presenza di numerosi esponenti del M5s, la partecipazione di amministratori di FI. Poi a confermare, in quest’ottica, la vigilanza e l’impegno contro i rigurgiti dei nostalgici e contro il “populismo” della destra xenofoba rappresentata soprattutto dalla Lega di Salvini. Infine a comprendere che il voto e lo spirito del XXV aprile sono altrettanti segnali che dovrebbero suggerire anzitutto l’impegno a tenere fuori la Lega dall’area di governo, a livello nazionale così come dalle amministrazioni locali.

Chi dice “vadano al governo i vincitori del 4 marzo” compie un’operazione irresponsabile. I sostenitori del #senza di me e il leader sciagurato che lo ha lanciato hanno quattro gravi colpe. La prima è che riproducono l’equivoco delle “riforme” bocciate dal referendum del 2016, ignorando che impianto della Costituzione, legge elettorale e comportamenti degli elettori non ammettono di trasferire in un contesto proporzionalistico la logica maggioritaria che ossessiona Matteo Renzi. La seconda è che lanciano il messaggio sbagliato che sia normale che, in questo contesto, vada al governo una forza politica – di estrema destra, diciamolo chiaramente –  che ha avuto il voto del 17% degli elettori (mica il 51%) e che il cui avvento al potere sarebbe un messaggio disastroso per l’Italia e per l’Europa. La terza è che consegnerebbero il M5s (questo sì, il vincitore) a un’alleanza conservatrice o peggio, senza compiere lo sforzo di favorire la sua evoluzione in senso democratico. Infine, gli argomenti con cui difendono la scelta di “stare all’opposizione” – l’arroccamento sulle scelte operate dal governo Renzi – rimuovono le cause fondamentali della sconfitta elettorale e impediscono l’avvio di qualsiasi confronto nell’area del vecchio centro-sinistra. [Emilio Russo]

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