Una narrazione violenta e truffaldina

La violenza inizia con le parole. Anche le più innocenti, quando vengono utilizzate con una sintassi disonesta, che le piega ad una banalità che ne offende il senso. La mutazione avvenuta nel discorso pubblico si è avvalsa di stereotipi capaci di imporsi a causa di una “naturale” predisposizione di una parte consistente dell’opinione pubblica meno avvertita, che molti di noi non hanno saputo cogliere per tempo.

Frutto di una “narrazione” in atto da tempo sulla società italiana e sulla sua storia e che non ha trovato nessuna risposta efficace – perché spesso poco credibile – nella cultura, nelle forze organizzate, nei movimenti e nei partiti che si dicono custodi dell’idea democratica.

La conseguenza è la straordinaria pervasività di definizioni, vacue e disoneste, che sono entrate nella testa degli italiani colonizzando il senso comune e contribuendo a scrivere un’agenda politica di fronte alla quale le opposizioni non hanno letteralmente argomenti da contrapporre perché ad essere fuori corso è la logica stessa degli argomenti, oltre che quella dei numeri. Il governo del cambiamento, prima gli italiani, il reddito di cittadinanza, quota 100, il decreto spazza-corrotti. Capita che persino una dirigente della Cgil, in una relazione congressuale, definisca alcune misure del governo attuale come “decreto dignità” e “pace fiscale”. E allora capisci che hai perso.

Slogan prepotenti e offensivi hanno potuto diventare il surrogato di una riflessione collettiva perché hanno potuto correre su autostrade predisposte da altri. Come in quel vecchio film, Il ponte sul fiume Kwai, in cui un colonnello inglese, per eccesso di zelo e per un’assurda fedeltà all’etica militare, collabora con i giapponesi di cui è prigioniero alla costruzione di un ponte, salvo venire ucciso, sullo stesso ponte, dallo scoppio di una granata. Dall’epoca di Tangentopoli in avanti, la distruzione dei partiti (“la democrazia che si organizza”, diceva un tale) si è accompagnata ad una decostruzione sistematica delle categorie interpretative e della stessa struttura riflessivo/discorsiva dell’argomentazione, politica e non. Il mito della “semplificazione”; la corsa un po’ ruffiana a dare ragione a tutti in rapporto al volume della voce dell’interlocutore e all’aggressività dell’”uomo qualunque”; l’esaltazione del “civismo” di ogni ordine e grado e il corteggiamento degli “indipendenti” per la formazione delle liste elettorali; il bombardamento contro le istituzioni perpetrato anche da chi le rappresentava, come è avvenuto nella campagna del referendum costituzionale giocato contro “i politici”, “le poltrone”, i “partiti e le loro correnti”;la campagna conto i “vitalizi” vissuta non come un’operazione di contenuto economico o perequativo ma come una vendetta contro “i politici di prima”;la caricatura del pluralismo e delle mediazioni inevitabili (gli esecrati “caminetti”), la gogna (la “rottamazione”) a cui sono stati sottoposti politici di vecchio corso non sulla base dei loro effettivi demeriti ma con la strumentalità di chi vuole porsi come “il nuovo” rispetto a un passato da condannare senza conoscerlo e senza discuterne (clamorosa, al riguardo, è la demonizzazione di D’Alema). L’elenco potrebbe continuare a lungo.

Capisci che hai perso quando un energumeno che si dice ministro dell’Interno gira l’Italia con divise dei corpi di polizia che non potrebbe indossare, come un qualsiasi caudillo sudamericano di un tempo o come il duce con la divisa della milizia, quando sproloquia sui presepi avendo fatto più vittime di Erode, quando la manovra di bilancio viene approvata esautorando il Parlamento delle sue fondamentali prerogative (i vecchi parlamenti del Regno d’Italia si riunivano molto meno di adesso ma sempre, obbligatoriamente, per discutere – discutere – della legge di bilancio) ecc. e nessuno, o pochi, sembrano scandalizzarsi, si mobilitano ecc. Come se le opposizioni e la parte, ancora ampia, della società che si sente prigioniera di questa regressione o fiuta persino un’aria di regime, fosse vittima di una sorte di “sindrome di Stoccolma”.

Eppure è proprio qui che bisogna lavorare: per dare voce, argomenti, rappresentanza, a questa parte del Paese che oggi è orfana di una adeguata, decente, rappresentanza, senza steccati, senza chiusure. E, contemporaneamente, comprendere che la necessaria “resistenza” intellettuale e morale richiede una intransigenza nei linguaggi e nelle proposizioni politicheche manca da anni. Contro ogni forma di appeasement nei confronti del populismo simbolico e verbale. Tanto per iniziare, pretendendo che la scuola torni a essere un luogo di formazione e non un parcheggio verso il “reddito di cittadinanza”, che accanto ai diritti compaia sempre la parola doveri, che la storia di questo Paese sia trattata con serietà e considerata, nelle sue luci e nelle sue ombre, come una vicenda complessa nella quale “gli anni della Repubblica” hanno segnato una tappa di avanzamento straordinario sul piano del progresso economico, sociale e civile degli Italiani.

In questi giorni cade il quarantesimo anniversario della riforma sanitaria oltre che della approvazione della “legge Basaglia” che chiudeva i manicomi. Grandi conquiste che, insieme a molte altre, non meritano certo di essere ignorate piegandosi alla logica liquidatoria, strumentale, irresponsabile, di chi pensa che la data dell’Italia rispettabile e onesta debba ripartire dalla nascita del governo Conte (Conte, chi era costui?). Quella semmai, sembra la data d’inizio di un incubo da cui occorre fare il possibile per risvegliarsi. [Emilio Russo]

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