Il lascito di Renzo Pigni

Il lascito di Renzo Pigni ci impegna a coltivare lo stesso impegno intransigente a favore dei principi repubblicani, la stessa passione per la politica, lo stesso attaccamento alla sua e nostra città. Farne memoria oggi, sotto l’urto dell’ emozione per la sua scomparsa e l’affiorare dei ricordi delle esperienze condivise, spinge a meditare sulla definizione che dava di se stesso come di un “socialista umanitario”, alieno da qualsiasi rigidità ideologica ed estraneo ad ogni pulsione settaria, ma sempre intransigente nella scelta di stare da una parte: per la democrazia, la giustizia sociale, l’esercizio della politica come spirito di servizio. 


Renzo fu l’uomo capace di rappresentare, come vicesindaco nella stagione del “riformismo illuminato” di Antonio Spallino, l’elemento di raccordo tra le forze moderate e lo schieramento della sinistra, e poi, nel momento della crisi più aspra delle istituzioni e di fronte al tentativo di delegittimare la politica, fu l’uomo individuato per riscattarne l’immagine nella breve stagione che lo vide alla guida della città. Di lui, convinto com’era della necessità di recuperare un rapporto virtuoso tra cittadini e istituzioni, mi colpiva allora l’umiltà con cui era solito rivolgersi a quanti partecipavano agli incontri pubblici, con quel “Dateci una mano!” che esprimeva la consapevolezza che governare un Paese o una città significa uscire dall’illusione – o dall’idea perversa – che esista una qualche “stanza dei bottoni” dalla quale esercitare un comando.
Se non si vuole indulgere, però, allo spirito delle commemorazioni rituali, occorre contestualizzare almeno la vicenda che lo vide protagonista negli anni della svolta verso l’introduzione del sistema maggioritario e della elezione diretta dei sindaci. Renzo era stato candidato, per la seconda volta, come indipendente nella lista del PCI, non avendo condiviso per tempo quello che gli appariva come un pericoloso sbandamento della casa socialista da cui proveniva, ma senza mai nutrire rancore o risentimento verso il PSI. La sua designazione – caso unico negli annali del Comune di Como – avvenne pubblicamente, in una seduta che ricordo benissimo, nella quale ebbero un ruolo fondamentale il coraggio politico di Luciano Forni e la fermezza del gruppo del PDS, composto allora da Adria Bartolich, Beppe Calzati e da chi scrive. Di fronte a un Consiglio disorientato, dopo che le iniziative della Magistratura avevano colpito alcuni dei suoi membri, dopo una discussione tesa, impegnativa, a Renzo fu attribuito l’incarico di tentare la formazione di una maggioranza. La predisposizione del programma, elaborato dopo una serie di consultazioni con le forze sociali, le associazioni e i partiti, fu laboriosa, segnata dalla novità dell’ampiezza che Pigni intendeva dare alla coalizione, conoscendo momenti di scontro, in particolare, sull’impegno del Comune all’interno della Società di Villa Erba. Il risultato fu però importante, così come lo fu l’ampia condivisione che allora si fu in grado di registrare. La scelta dei componenti della giunta fu condotta al di fuori delle trattative abituali e ricadde esclusivamente sulla sua responsabilità. Fu così che, per la prima volta dopo il 1945, il governo della Città vide la presenza di un esponente proveniente dal PCI, insieme con i rappresentanti di DC, PSI e Verdi.
La fine prematura di quella esperienza di governo, resa difficile da un quadro politico precario, fu causata dalle ambizioni che essa manifestò, a dispetto delle difficoltà oggettive della situazione politica e del suo stesso orizzonte temporale. Le fu fatale la volontà di affrontare con decisione i temi urbanistici, attraverso la predisposizione di una variante generale al Piano regolatore e del Piano per l’edilizia popolare e, soprattutto, le riserve espresse sugli insediamenti commerciali (a partire da quello sull’area ex-Trevitex) proposti sulla base della cosiddetta Legge Adamoli, che concedeva deroghe ritenute eccessive alle norme di carattere urbanistico. Contro quella giunta e il suo capo si scatenò una campagna violenta da parte di speculatori che trovarono allora una sponda in quella parte della DC che giudicava troppo spostato “a sinistra” l’equilibrio politico della maggioranza e che, già allora, guardava con interesse alle nuove forze politiche che si profilavano all’orizzonte. Furono gli stessi ambienti che “armarono la mano” a un funzionario sleale spingendolo a modificare un atto deliberato dalla giunta e istigarono alcuni consiglieri ad avanzare insinuazioni infamanti a cui Renzo non si sentì di controbattere, preferendo tradurre il suo disgusto profondo nell’atto delle dimissioni.
Alcuni di noi – in particolare il compianto Vincenzo Sapere – cercarono di evitare che si determinasse questo esito, ma Pigni fu irremovibile. Pensava allora che la Città avrebbe compreso il suo gesto e che si sarebbero potute creare le condizioni per una sua ricandidatura attraverso l’elezione diretta del sindaco prevista dalla nuova legge elettorale da poco approvata. Non fu così: anziché difendere quell’esperienza e costruire sulla base di essa un ampio schieramento riformatore, nella sinistra prevalse allora un diverso orientamento, che condusse a compiere scelte sbagliate che condannarono, per un lungo periodo i tempo le forze democratiche e progressiste all’isolamento.
La notte delle dimissioni rappresentò così l’addio a un impegno nel Consiglio Comunale durato per oltre un quarantennio ma non certo l’abbandono della politica e la rinuncia a svolgere un ruolo di testimonianza e una funzione pedagogica nei confronti della città e, in particolare, dei giovani. Esercitato, sempre, con la sua straordinaria capacità di affabulatore, con la virtù di chi sa trasmettere la propria passione e la fedeltà ai propri ideali. Senza mai abbandonare il campo, fino a chieder di esser sepolto con il distintivo dei Partigiani. Lui, partigiano dalla giovinezza fino all’ultimo respiro. A Dio, Renzo, carissimo amico, compagno e maestro. [Emilio Russo]

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