Invettiva sulla Regione di Formigoni

Sulla carcerazione di Roberto Formigoni è sceso il silenzio. Giustamente, se si parte dal presupposto che si debba portare rispetto sempre e a chiunque, in primis agli avversari politici caduti in disgrazia. Nel Paese di Fabrizio Maramaldo è sempre bene ricordarlo. In modo meno opportuno se si considera invece quanto, nel bene e nel male, la lunga stagione del potere formigoniano abbia segnato in profondità il profilo di Regione Lombardia.

Nel silenzio della sinistra in tutte le sue articolazioni, che non ne ha saputo cogliere gli effetti né mentre si stavano verificando né successivamente, come ha dimostrato la campagna elettorale di un anno fa, priva di argomenti e di proposte. Segno che Formigoni non è stato solo il protagonista di uno spregiudicato e avvolgente esercizio di potere ma anche dell’impresa di imporre un’egemonia culturale di cui hanno potuto giovarsi anche i successori leghisti, prima Maroni e ora Fontana. Così, paradossalmente, le uniche voci che si sono levate in queste settimane per parlare di Formigoni sono quelle dei vecchi sodali di Comunione e Liberazione, dei nostalgici irriducibili che ne hanno tentato una riabilitazione politica a cui nessuno ha provato (o saputo) replicare. Della stagione di Formigoni e dei suoi epigoni vale la pena allora di tentare di trarre un breve bilancio, senza nessuna pretesa di completezza e con l’auspicio che altri intervengano in una discussione che è finora mancata.

LA SANITÀ. L’apologia delle politiche di Formigoni poggia, prima di tutto, sull’argomento della “eccellenza della sanità lombarda”. Un luogo comune che è entrato da tempo nella testa dei lombardi e non solo. Non serve negarlo: rispetto agli standard presenti in altre realtà, la Lombardia rappresenta uno dei luoghi di maggiore efficienza del sistema. Al netto, però – va detto – di alcune gravi distorsioni che, nel tempo, si sono acutizzate. La logica dei DRG, cioè del pagamento delle prestazioni agli ospedali sulla base di tariffe rigide, applicate sia agli ospedali pubblici aziendalizzati sia al settore privato (sulla base del principio della suggestiva “libertà di scelta”) ha comportato lo spostamento delle priorità della burocrazia sanitaria verso le attività più redditizie, sacrificando ad esempio il trattamento delle cronicità, in aumento soprattutto per l’innalzamento delle aspettative di vita, e riducendo in condizioni assolutamente critiche le attività di pronto soccorso. A ciò si devono aggiungere gli effetti perversi della contrazione delle risorse: le lunghe attese anche per esami obbiettivamente urgenti, l’innalzamento dei ticket – giunti a livelli tali da scoraggiare l’accesso alle cure da parte delle persone in difficoltà economiche -, la riduzione dell’accesso ai farmaci salvavita a causa dell’esaurimento dei budget assegnati alle varie unità, la scomparsa di gran parte delle attività di prevenzione e dello screening nelle scuole e altro ancora. Per non parlare del nodo irrisolto dei medici di famiglia, dopo il fallimento di qualsiasi tentativo di favorire l’aggregazione dei medici di base, la loro riqualificazione e la realizzazione di un rapporto virtuoso con le strutture ospedaliere (dove opera un personale spesso sottopagato rispetto alle competenze e alle responsabilità).

Non ostante tutto questo, e pagando il prezzo di una assillante burocratizzazione delle professioni mediche che sottrae tempo ed energie al rapporto con i pazienti, comparativamente, si ha la sensazione che la sanità lombarda continui a porsi come una parziale eccezione rispetto ai livelli registrati in altre parti del Paese, e con il rischio che le velleità espresse dall’attuale governo nazionale di introdurre l’”Autonomia rafforzata” possa allargare ulteriormente la forbice esistente. E tuttavia, è bene ricordare che le ragioni dell’“eccellenza” non stanno tanto nella gestione del servizio sanitario da parte della Regione ma piuttosto dai fattori “storici” che precedono, e di molto, le “riforme” di Formigoni. Stanno piuttosto nelle radici di un sistema ospedaliero nato grazie all’impegno civico sorto dopo le grandi epidemie del Trecento, con l’invenzione degli “ospedali maggiori” considerati per la prima volta non come dei ricoveri ma come “fabbriche della salute” (Cosmacini). Sono nelle grandi Università, a partire da quella di Pavia, per secoli all’avanguardia nella formazione di medici. Sono nell’impegno sociale, e non solo scientifico, dei “medici provinciali”, capaci di indicare le necessarie riforme sociali oltre che i metodi di cura più appropriati, e nella rete dei “medici condotti”, antesignani delle politiche di prevenzione e di una visione olistica della cura. Sono nella generosità dei benefattori, espressione di una borghesia allora consapevole delle sue responsabilità sociali, e dell’attenzione dei territori, attraverso l’impegno e le battaglie di forze sociali e politiche. Tutte realtà spazzate via da “riforme” di segno velleitariamente tecnocratico, del centralismo della Regione di Formigoni e soprattutto di una parossistica lottizzazione partitica spinta fino alla designazione di primari ospedalieri, contro la quale nessuno ha mai osato opporre seriamente la necessità di ristabilire un principio di imparzialità e di competenza.

IL PROFILO ISTITUZIONALE. È indubbio che la “riforma del Titolo V” della Costituzione, combinata con le leggi intestate all’ex ministro Bassanini, figlie di una stagione confusa in cui le forze di centrosinistra si affannavano a inseguire il “federalismo” della Lega e il dogma della “semplificazione” delle istituzioni – poi prolungatosi nel periodo della segreteria di Renzi – abbiano favorito la torsione imposta da Formigoni al profilo della Regione. Lui e non altri, fu l’inventore del titolo di “governatore”, entrato in uso non ostante sia del tutto assente tanto nella Costituzione quanto nello Statuto della Regione. Usare l’espressione “governatore” aveva numerosi significati: quello di caricare il Presidente della Regione di un ruolo e di un’autorità che in precedenza non aveva, dando il segno di un cambiamento “epocale”, quello di ribadire il rapporto diretto tra elettori e “governatore” saltando qualsiasi mediazione politica e liberandosi dai vincoli della “consociazione” che avrebbero caratterizzato la fase precedente (ovvero mortificando gravemente il ruolo centrale del Consiglio regionale, titolare del potere legislativo), quello di legittimare le forzature istituzionali che vennero prodotte: dalla creazione di enti e società regionali decisa persino in violazione delle norme statutarie alla riduzione della Regione stessa a grande ente di amministrazione caratterizzato da una struttura verticistica in cui a prevalere erano gli uomini del cerchio magico del “Celeste”.

Il risultato di questa metamorfosi è sotto gli occhi di tutti: la progressiva irrilevanza della Regione nell’attenzione dei cittadini e nel discorso pubblico, la costruzione di un sistema di potere opaco costruito attorno alla Regione e al suo presidente, la diffusione di pratiche dissipatorie, e talora corruttive, estese anche ad assessori e consiglieri di tutti i gruppi, sui quali si è verificato l’intervento della Magistratura.  È invece del tutto dubbio che, in cambio, si sia realizzato un maggiore livello di efficienza. È certo invece che la distanza tra istituzione e cittadini si sia ampliata, come dimostra anche la scarsa partecipazione al referendum del 2017 sull’ “autonomia”: un 38 percento rapidamente archiviato, insieme con lo scandalo dei 23 milioni di Euro spesi per l’acquisto degli inutili tablet voluti dai 5Stelle.

LA MISSIONE. Negli anni della gestione formigoniana si è, di fatto, interrotto il tentativo che aveva preceduto la nascita della Regione e accompagnato la “fase costituente” fino dai tempi della presidenza Bassetti. Quello di pensare a una Regione capace di “fare sistema”, fino all’invenzione dello slogan della “città-regione”. Si trattava di un assunto che avrebbe implicato che la Regione adempisse fedelmente al mandato di essere un ente di legislazione, programmazione e (solo) “alta amministrazione”. Ma l’attività legislativa è andata progressivamente deperendo, per quantità e qualità, l’amministrazione minuta ha assorbito l’impegno dell’Ente e la programmazione è scomparsa dai radar.

Così gli anni che abbiamo alle spalle hanno visto emergere una polarizzazione crescente – che si avverte persino negli orientamenti elettorali delle varie parti della Lombardia – tra la realtà di Milano e le sue periferie metropolitane, tra Milano e la parte sud-orientale della regione, tra città e “campagne”. Per non parlare delle differenze sociali che hanno prodotto, ad esempio, il più alto numero di richiedenti “l’assegno di cittadinanza” proprio in Lombardia. In realtà, il vecchio Piano regionale di sviluppo, costruito sulla base di ricerche non banali e realizzato dopo approfondite consultazioni nei territori e con le forze sociali, è stato da tempo abbandonato a favore dei modesti programmi elettorali del candidato “governatore”. Il Piano territoriale è stato cancellato fin dagli albori della “seconda Repubblica”, con la scelta demagogica di affidare il governo del territorio a istituzioni locali per lo più esposte a pressioni che inducono a un indiscriminato consumo di territorio. La pianificazione in settori fondamentali come i trasporti, l’ambiente e la formazione è stata abbandonata a favore di scelte estemporanee e prive di respiro. Nessuna programmazione è stata pensata per favorire davvero innovazione e infrastrutture immateriali, a partire da quelle della conoscenza. La politica culturale si è limitata al tentativo di “mettere le mani” (e inserire gli “amici”) nelle istituzioni locali.

La Regione di Formigoni si è così infilata in imprese temerarie come la realizzazione di BreBeMi e della Pedemontana (individuando un percorso obbiettivamente sbagliato) e la costruzione di ospedali fuori scala, dissipando risorse senza dare un reale contributo alla modernizzazione del sistema. Ai successori, tutt’altro che privi di colpe, è rimasto il compito di onorare – spesso disattendendoli – gli impegni assunti e riproposti nella loro propaganda elettorale, quali la gratuità di tratti autostradali o il completamento di tangenziali rimaste a metà. Qualche settimana fa, con parole chiare, il sindaco di Milano ha ribadito la necessità di evitare per ATM lo stesso triste destino di FNM (modernamente ribattezzata TreNord). Aveva ed ha ragione. L’idea di fare di FNM una metropolitana regionale di superficie e di integrare la rete ferroviaria regionale con i sistemi locali promuovendo reti innovative (metropolitane leggere e altro) è stata abbandonata, consegnando ai lombardi un servizio inadeguato che spesso rappresenta un’odissea per il numero enorme di pendolari causato dagli squilibri economici tra le varie aree della regione.

Anche il capitolo della formazione è stato lasciato in bianco. Il calo delle risorse e la mancanza di una specifica attenzione al suo ruolo strategico ha lasciato il posto a piccole e grandi operazioni clientelari, sia nel campo della formazione professionale – diventata l’ultima spiaggia prima dell’abbandono scolastico per molti giovani – sia in quello dell’istruzione superiore, rispetto a cui la Regione avrebbe potuto svolgere – e non lo ha fatto – un ruolo di raccordo con le realtà dell’innovazione e con il mondo delle imprese.

In sostanza, affermare che la Lombardia di Formigoni e dei suoi successori sia “una Regione fallita” non è fare della propaganda. Se nell’immaginario collettivo, al di là delle contraddizioni e dei disservizi verificati quotidianamente da ciascuno, è invece presente un giudizio positivo, se da un quarto di secolo la Regione è governata dalle destre, dipende in gran parte dalla debolezza con cui le forze di sinistra, centrosinistra, democratiche o comunque le si voglia definire, hanno (o non hanno) interpretato il loro ruolo di opposizione e la povertà culturale di partiti e dirigenti politici incapaci di costruire e di far vivere un’immagine diversa della Lombard. [Emilio Russo]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...