Sinistra sconfitta/ Non ci aiutano le semplificazioni

Riempire con il risentimento e con il rancore un tempo come l’attuale, nel quale abbiamo preso atto delle radici profonde e antiche di una sconfitta che va oltre il risultato di un’elezione disgraziata e in cui tentiamo faticosamente di cercare un senso a una storia che vogliamo continuare a far vivere non mi sembra una buona idea.

Non ci aiutano certo le semplificazioni devianti: quelle che vedono solo la dimensione nazionale come teatro della crisi delle sinistre; quelle che individuano solo nei fattori soggettivi le cause dell’irrilevanza di un intero movimento; quelle che cedono alla personalizzazione di meriti e responsabilità politiche secondo il mainstream di questi anni; quelle che suggeriscono un ripiegamento settario distribuendo etichette spregiative nei confronti di soggetti politici vecchi e nuovi; quelle che omettono di estendere le valutazioni critiche a quanti hanno coltivato per decenni propositi di “rifondazione” andando incontro a ripetuti fallimenti e rassegnandosi a un trasformismo senza pudore.

Può darsi – come sostiene Luca Michelini – che anche a me faccia difetto “quella minima conoscenza dei fatti che in politica è indispensabile”. Osservo sommessamente che, come Luca sa bene, la nozione di “fatto”, per uno storico, contiene implicazioni più vaste di quelle che assume nel linguaggio ordinario. A me, per esempio, pare che la sua analisi difetti proprio della comprensione dei fattori che hanno concorso a determinare il passaggio epocale di cui siamo protagonisti o almeno osservatori sconcertati. Cioè, per ritornare al punto dei “fatti”, a me sembrache i giudizi espressi nel suo blog, quelli che riducono la sconfitta alla “distruzione del movimento operaio italiano” e alla “deriva ideologica” di D’Alema e Bersani, oltre che sommari nei riferimenti personali, siano del tutto devianti. Non spiegano né per quali motivi la “crisi” abbia colpito tutte le espressioni del mondo progressista a livello continentale né le ragioni per cui le parti più “radicali” di esso abbiano fatto registrare senza eccezioni sconfitte brucianti, salvo laddove, come in Grecia o in Portogallo, hanno introdotte profonde modificazioni alla loro linea e ai loro programmi.

Bisognerebbe ammettere che il tentativo di “addomesticare” le dinamiche della globalizzazione attraverso la “terza via” (incarnata in Italia dall’ulivismo) ha consentito alla sinistra di realizzare esperienze di governo tutt’altro che banali (in Paesi come l’Italia, la Francia, la Germania, il Regno Unito) ma l’ha esposta alle sconfitte successive. Si è trattato di un errore grave da cui deve partirequalsiasi progetto di ricostruzione della sinistra. Ma sarebbe sbagliato rimuovere le condizioni storiche in cui quella piattaforma prese corpo e la forza con cui la “rivoluzione conservatrice” degli anni ’80 mise nell’angolo le formulazioni politiche e il sistema delle alleanze sociali che avevano caratterizzato la fase del dopoguerra.

Il nuovo paradigma imposto a livello mondiale dalle élite neo-liberiste ci ha privato – noi come del resto lo stesso mondo liberale modellato dalle politiche del New Deal – delle chiavi per interpretare la direzione in cui stavano andando le cose. Ha saputo diffondere un tarlo che ha finito per erodere qualsiasi progetto anche vagamente costruttivista: la mentalità deterministica che ha finito per colonizzare la coscienza dell’Occidente. “Le cose vanno così…”. Il corollario è la tesi di una politica che si deve adattare ai “cambiamenti”, della “fine delle ideologie”, della presunta indifferenza tra destra e sinistra, della rassegnazione ad accettare l’impotenza della politica, dello svilimento della democrazia come strumento capace di incidere nei processi economici e negli equilibri sociali (l’aspirazione del primo centrosinistra e della “politica dei redditi” di Ugo La Malfa) e via dicendo. Che cosa sono questi se non i punti cardinali del “populismo” che si è poi affermato nelle sue diverse versioni?

Con un occhio più attento ai mutamenti “storici” – e con il senno di poi -, si potrebbe azzardare l’ipotesi che la nostra lettura della “caduta del Muro di Berlino” si sia rivelata alla distanza piuttosto superficiale, sbrigativa. Non abbiamo colto adeguatamente – o forse per nulla – le conseguenze di tipo geopolitico di ciò che stava accadendo né i suoi effetti sulla mentalità corrente, facendo venire meno la convinzione che “il migliore dei mondi possibili” potesse non essere quello apparecchiato dai nuovi padroni del mondo. Ma, come sappiamo, senza un’utopia come principio regolatore non esiste nessuna sinistra. Ed è amaro osservare a posteriori come il funerale dell’Urss abbia potuto significare, non solo per i post-comunisti ma anche per le socialdemocrazie e per il mondo “progressista”, la fine stessa di una visione che contenesse anche solo l’aspirazione generica a sovvertire il dominio dell’economico sulla vita delle persone e delle comunità e a individuare una qualsiasi via di fuga collettiva dall’oppressione.

In Italia, la china vissuta non solo dalle forze di sinistra ma dall’intero sistema è stata favorita anche da altri accadimenti, di cui abbiamo sbagliato a sottovalutare gli effetti dirompenti e la forza degli interessi che, a livello internazionale, li hanno prodotti o almeno favoriti. Alludo alla liquidazione di Aldo Moro (sul cui significato concordo con Giuliano Ferrara) e alla campagna di “mani pulite” , che ha sancito di fatto la fine della democrazia rappresentativa basata sui partiti.

Di fronte a questi “fatti”, l’intero campo “riformatore” non ha avvertito la forza della “rivoluzione passiva” in corso (Luca mi perdonerà, spero, se oso citare Gramsci) che ha inglobato interessi e culture con l’inganno di garantire a tutti o quasi maggiori opportunità e gradi più elevati di libertà. Le difficoltà della sinistra, anche di quelle registrate nel voto di marzo, risalgono a questa miopia: l’incapacità di comprendere di essere diventata agli occhi di gran parte dei cittadini una sorta di entità donchisciottesca – magari nobile ma irrimediabilmente anacronistica –  impegnata nello sterile esercizio di lottare contro i mulini a vento di una modernizzazione considerata dai più senza alternative, assimilata a una cornucopia generosa che elargisce bonus generosi a chiunque. È da qui che, credo, bisognerebbe ripartire.

Se le cose stanno, almeno in parte, così, attribuirne a D’Alema le responsabilità mi sembra piuttosto meschino. Un maramaldeggiare che si unisce – involontariamente, certo – alla campagna della destra e a quella di Renzi con cui si colpisce D’Alema per mettere nel mirino tutta la tradizione che proviene dal Pci. Non credo sia questa l’intenzione di Luca. Ma allora forse dovrebbe evitare di esprimere giudizi sommari come quelli che ho trovato nel suo intervento. [Emilio Russo]

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